Più della metà di tutta l’energia che si estrae, si trasforma, si trasporta nella nuova forma e, finalmente, si utilizza, si SPRECA. Solo un terzo del petrolio che entra nelle centrali termoelettriche diventa elettricità. Due terzi si disperdono nell’ambiente sotto forma di calore inutilizzato, e una parte dell’elettricità che esce dalle centrali si spreca lungo le linee di trasmissione. Quando finalmente arriva nelle case, negozi, uffici, scuole, fabbriche etc. se ne spreca ancora a causa dei pessimi rendimenti delle lampade e degli elettrodomestici intesi in senso ampio (frigoriferi, lavatrici, televisioni, computer, fotocopiatrici, server etc. datati e obsoleti).
Nel riscaldamento-condizionamento degli ambienti, oltre agli sprechi causati dalla scarsa efficienza di caldaie e refrigeratori, dal 50% al 75% del calore o del freddo prodotto si disperde nell’atmosfera a causa della cattiva coibentazione degli edifici. Se si riducessero questi sprechi e queste inefficienze si otterrebbero riduzioni dei consumi di fonti fossili molto maggiori di quelle che si avrebbero sostituendole con altre fonti. A costi più bassi ed in tempi più brevi. Anche dal punto di vista ambientale, è molto meglio un chilowattora risparmiato che un chilowattora sostituito. Stando così le cose, il punto su cui fare leva non è l’offerta, bensì la domanda di energia. Ora più che mai il problema si pone con urgenza e ancora una volta, purtroppo, rischiamo di seguire la strada sbagliata. Come fecero nei confronti di una minoranza di scienziati del Massachusetts Institute of Technology, lungimiranti e svincolati dalle lobby del petrolio, che già negli anni ‘70 avevano tentato di portare all’attenzione del mondo i limiti dello sviluppo (Club di Roma-1972), ancora oggi i nostri decisori politici si ostinano nel chiudere gli occhi, orecchi e mente, sulle evidenti contraddizioni delle scelte che stanno “imponendo” alla collettività. L’Italia è praticamente priva di fonti proprie di energia: nel 2007 le nostre importazioni hanno raggiunto complessivamente l’86% del fabbisogno. Tra i Paesi europei più industrializzati il nostro è quello nelle peggiori condizioni: tra tutti gli Stati della UE 27, peggio di noi stanno solamente Malta, Lussemburgo, Cipro e Irlanda. La novità più importante nel medio periodo è rappresentata dalla volontà del governo di procedere alla costruzione di alcune centrali nucleari. Un’inversione di tendenza, testimone della disponibilità del Paese a riesaminare la questione nucleare, in buona parte generata dai costi, considerati elevati, dell’energia elettrica e dalle recenti vicende del petrolio il cui prezzo, altamente volatile (massimo 147 $/barile nel luglio 2008), che induce l’opinione pubblica a ritenere valida ogni tipo di alternativa.
Va però detto che in Italia il collegamento che viene fatto tra il petrolio e la fonte nucleare è largamente ingiustificato, in quanto la quota di elettricità prodotta con l’uso del greggio è inferiore al 13% del totale. La strada per realizzare l’obiettivo finale presenta numerose difficoltà. Individuazione del sito Un impianto nucleare ha necessità di grandi quantità d’acqua per il raffreddamento. I fiumi italiani con portata sufficiente durante tutto l’anno sono da tempo già utilizzati per scopi analoghi. Il loro percorso è disseminato d’impianti termoelettrici che, a causa di lunghi periodi di siccità, della riduzione della portata media e delle temperature elevate che si registrano nei periodi estivi, hanno a volte dovuto arrestare o ridurre drasticamente la produzione per impossibilità di procedere al raffreddamento del vapore. E’ quindi plausibile che la scelta cada o: - su qualche tratto in riva al mare. Quasi tutte le coste del Centro e del Nord sono occupate, praticamente senza interruzione, da città, agglomerati urbani o infrastrutture turistiche. Analoga situazione si ritrova in molte località del meridione mentre altre coste del Sud italiano sperano in uguale destino. Il Sud offre comunque maggiori possibilità di scelta: peccato che da quelle parti la richiesta di elettricità sia nettamente inferiore; - sui siti delle centrali nucleari da tempo dismesse (Trino Vercellese, Caorso, Garigliano, Latina) o che avrebbero dovuto accogliere un impianto nucleare (Montalto di Castro). In questo caso sarebbe quasi certamente necessario smantellare le strutture tuttora esistenti prima di procedere alle nuove costruzioni. Ciò significherebbe anticipare da subito tutti gli oneri (che nelle previsioni sono da affrontare gradualmente entro il 2020) per lo smantellamento, lo smaltimento e lo stoccaggio di scorie e materiali radioattivi. Le nuove centrali avrebbero una taglia da 3 (Caorso) a 8 (Trino) volte più grande delle loro antenate. Convincimento delle popolazioni interessate In complesso l’atteggiamento verso il nucleare è molto cambiato in senso possibilista.
Buona parte dell’industria, dell’establishment e del personale politico è disponibile a un ritorno del nostro Paese al nucleare. Anche l’opinione pubblica è più favorevole, ma “basta che si faccia lontano da casa mia”. Non sarà facile convincere un’amministrazione locale, né una collettività a dare il proprio consenso alla costruzione di una centrale nucleare sul proprio territorio. Con le procedure attuali questo significherebbe allungare i tempi per un periodo imprecisato. Forse si modificherà la legislazione trasformandola in maniera più impositiva e quasi certamente si deciderà di riequilibrare lo svantaggio che l’impianto rappresenta con vantaggi di altra natura, soprattutto di carattere economico, portando l’onere sul prezzo finale del kWh. Tempi per l’avvio della produzione Una semplificazione normativa avrebbe sicuramente positivi effetti sulla durata dell’iter autorizzativo e permetterebbe una più veloce apertura dei cantieri. Tuttavia è difficile pensare che tra discussione preliminare in sede politica e nel Paese, selezione del sito, autorizzazioni, scelte sulla tipologia e sulla commessa, si possano chiudere i cantieri entro una decina d’anni dalla prima decisione. Infatti si traguarda già la data del 2020. I depositi di scorie I depositi di scorie devono distinguersi in depositi di scorie di III categoria (le più pericolose da stoccare per centinaia di migliaia di anni) ed i depositi di scorie di II categoria (generalmente di natura ospedaliera, meno pericolose e con un tempo di decadenza radioattiva di poche centinaia di anni). Tutte le centrali nucleari sono state fermate dall'esito del referendum del 1987, tramite il quale il popolo italiano ha votato contro l'uso del nucleare per scopi civili. Non è stato ancora individuato in Italia alcun sito per lo stoccaggio a lungo periodo dei materiali a bassa o alta radioattività. Gli attuali numerosi e variamente organizzati stoccaggi “provvisori” presentano livelli di sicurezza non certo ottimali sia dal punto di vista ambientale che da quello di potenziali attività delittuose o peggio terroristiche. Non sarà per nulla semplice ma in futuro non dovrebbe essere molto difficile fare un po’ meglio di quanto si è fatto finora. Le quattro ipotetiche nuove centrali italiane I grandi entusiasmi su gran parte dei quotidiani per l'accordo italo-francese per la costruzione di 4 centrali nucleari sul suolo italiano andrebbero smorzati. P
resi dalla notizia, i media hanno commesso clamorosi errori e taciuto diverse scomode verità. Non esiste infatti al momento alcun contratto tra ENEL e EDF, ma solo un memorandum of understanding. Tutto quello che appare sui media è essenzialmente una prospettiva, un progetto, ma non corrisponde ad un accordo concreto. Secondo Marco Patucchi di Repubblica, le 4 nuove centrali potrebbero garantire il 25% del fabbisogno di energia elettrica. Però, facendo dei semplici calcoli risulta che: -una centrale nucleare è attiva più o meno per l'80% delle 8760 ore di un anno (valore medio sul funzionamento di una decina di centrali francesi); - le quattro centrali forniranno 6,4 GW, percui 6,4 GW x 8760 h x 80% = 44850 GWh = 44,85 TWh; - secondo Terna, i consumi elettrici italiani sono pari a 320 TWh all'anno, pertanto 44,85 TWh/320 TWh = 14%; Si noti tuttavia che questa percentuale corrisponde all'ipotesi che i consumi elettrici restino costanti. Forse l’ENEL prevede per il 2020 una notevole – per noi auspicabile - decrescita. Molti scrivono che i reattori EPR di terza generazione sono più potenti e più efficienti di quelli del passato. Si dimentica però che al momento nessuno di questi reattori è ancora in funzione. Si dicevano meraviglie anche del Superphoénix, prima della sua costruzione; poi ha funzionato solo per 13 anni, con un costo di ben 9 miliardi di !. The Independent segnala il fatto che, in caso di incidente, il rilascio di radiazioni potrebbe essere maggiore che per le centrali di vecchia generazione. L'unico reattore EPR in costruzione si trova a Okiluoto in Finlandia. I tempi di realizzazione sono come segue: hanno visto l’autorizzazione nel 2000, l’inizio dei lavori nel 2005, con prevista conclusione nel 2009. Dopo vari stop, problemi e ritardi, ora sembra che la centrale debba essere completata nel 2012. Dunque i precisissimi e efficientissimi finlandesi impiegheranno probabilmente 12 anni dall'autorizzazione alla messa in rete. E qualcuno pensa seriamente che i lottizzati, pasticcioni e litigiosi italiani riescano a farcela in 11 anni, senza aver nemmeno raggiunto un accordo sui siti delle centrali? Inoltre nessuno dei principali giornali italiani ha pubblicato una sola riga su quanto dovrebbero costare agli italiani le 4 centrali (non la Repubblica, né il Corriere, né La Stampa, né tanto meno ilk Giornale o Libero!).
La propaganda evidentemente prevede di tacere certi numeri. Possiamo però ripercorrere la storia del reattore finlandese: inizialmente doveva costare 3,7 miliardi di €, ma i vari guai e i ritardi hanno fatto lievitare i costi a ben 5,2 miliardi di €. Quattro centrali in Italia ci costerebbero oltre 20 miliardi di €, sempre che si riesca a essere parsimoniosi e onesti come i finlandesi. Per dare un ordine di grandezza a questie cifre troppo inusuali per essere percepite dai comuni mortali, stiamo parlando in pratica di qualcosa come quattro ponti sullo stretto di Messina. La sicurezza Ogni centrale nucleare pone enormi problemi per la sicurezza. Nonostante i numerosi sistemi di controllo, le centrali sono apparati così complessi da rendere piuttosto frequenti gli incidenti. Tutti conoscono il drammatico incidente di Chernobyl, che ha provocato migliaia di vittime (e altre ne produrrà in futuro purtroppo), ma si sono registrati numerosi incidenti anche negli Stati Uniti: 6 incidenti piuttosto gravi avvenuti tra il 1960 ed il 2000 hanno causato la morte di 484 persone (di queste 434 sono bambini colpiti dalla fuga di radiazioni di Three Mile Island del 1979). In altri numerosi incidenti migliaia di litri di acqua contaminata sono finiti nei fiumi americani. In questi casi è difficile valutare l'effetto di un simile impatto radioattivo a bassa intensità sulla popolazione, se non studiando con cautela i tassi di mortalità nelle zone circostanti la zona dell'incidente. Il problema della sicurezza è legato essenzialmente a due fatti: - ogni sistema complesso comporta dei rischi e non può mai essere detto sicuro al 100%; - il processo di fissione è intrinsecamente instabile, in quanto non può essere acceso e spento a volontà, ma solo moderato o accelerato. Ciò è dovuto al fatto che utilizza il processo di reazione a catena innescato dai neutroni, lo stesso utilizzato nella bomba atomica. L’uranio non è una risorsa rinnovabile L' uranio come il petrolio è una risorsa non rinnovabile. Formatosi miliardi di anni fa nei processi di nucleosintesi stellare, è presente sul nostro pianeta in una quantità finita e che può solamente diminuire. Secondo il sito australiano Uranium Information Center , UIC, (l'Australia è il paese con le magguiori riserve di Uranio, circa un quarto del totale), il nostro pianeta dispone di circa 3,6 milioni di tonnellate di Uranio. Si tratta di riserve "ragionevolmente sicure oppure stimate" da cui l'uranio può essere estratto ad un costo inferiore ai 130 $ al kg. Il sito brasiliano Industrias Nucleares do Brasil (il Brasile ha circa il 6% delle riserve) e l'International Atomic Energy Agency (IAEA) forniscono una stima un po' più alta, ma dello stesso ordine di grandezza: rispettivamente 4,4 milioni e 4,7 milioni di tonnellate. Ogni anno, sempre secondo il sito UIC, vengono consumate dai 440 reattori nucleari del mondo circa 67.000 tonnellate di uranio. Questo significa che, mantenendo i consumi costanti l' Uranio a buon mercato durerà circa 53 anni , cioè fino al 2055 - 2060 (secondo i più ottimistici dati UIC e IAEA si tratterebbe di circa 65-70 anni).
L’Italia non ha alcun deposito di uranio. Passeremmo pertanto dalla dipendenza dal petrolio a quella dall’uranio. Smantellamento (a fine vita) dell’impianto Problema spinoso che, oltre alle complicazioni finali appena affrontate, pone il dilemma se caricare, sin dall’avvio dell’impianto, sui costi di produzione del chilowattora la quota afferente gli oneri di smantellamento. Entità non facile da quantificare, ma in grado comunque di ridurre significativamente la competitività economica dell’energia nucleare. Lo stanziamento per smantellare le quattro piccole centrali italiane, chiuse da decenni, è di circa 2,6 miliardi di euro in 20 anni. Per mettere in sicurezza tutte le scorie esistenti, è stato previsto un costo di circa 4,3 miliardi di euro. Solo per la sistemazione provvisoria delle scorie delle quattro vecchie centrali, l’Italia sta spendendo 300 milioni di euro. Effetti collaterali Non si può inoltre ignorare il fatto che decidere di destinare una così cospicua quantità di risorse in direzione del nucleare comporta per l’Italia la scelta di penalizzare irrimediabilmente le fonti rinnovabili (eolico e fotovoltaico) che, a lungo termine, sono le sole – allo stato attuale delle conoscenze – in grado di garantire almeno una certa quantità di energia elettrica. Bisogna ricordare che l’uranio, come le fonti fossili, è presente in quantità finita sulla terra e che, anche se non ne conosciamo con precisione le quantità, è certo che non potrà essere estratto per un tempo indefinito. La stessa IEA (International Energy Agency, la più qualificata agenzia del mondo in merito alle analisi della situazione energetica) non prevede un particolare sviluppo della fonte nucleare nei prossimi decenni. Purtroppo vi è un’ultima importante considerazione da fare. La discussione sui media e il confronto politico si concentrano quasi esclusivamente su nucleare e, di contro, sul fotovoltaico. Due tecnologie che sanno produrre solo elettricità. Quindi il confronto nel Paese non prende in esame la questione energetica ma resta confinato al solo aspetto elettrico che viene affrontato con tale impeto e fervore di parte da farlo diventare “Il Problema Energetico”, mentre invece rappresenta solo il 35% della questione energetica nazionale. Il restante 65% riguarda i comparti del trasporto, della chimica, della metallurgia, del vetro, del domestico, del cemento, della farmaceutica, ecc. dove i vari combustibili fossili e i loro derivati, oltre che essere determinanti in quanto fonti energetiche non elettriche, rappresentano anche una quota importante di materia prima di processo. Un dibattito “nucleare sì – nucleare no” non sfiora nemmeno questi contesti che restano esposti, ancor più dell’elettricità, al pericolo di un’insufficiente disponibilità di risorse. La dimensione della questione energetica nazionale che ci vede sempre più dipendenti dall’esterno (siamo ormai prossimi al 90%, che probabilmente supereremo con l’acquisto dell’uranio !!) richiederebbe quindi un disegno strategico ampio e articolato, capace di affrontare non solo gli aspetti riguardanti la disponibilità delle fonti, gli approvvigionamenti di energia ma, ancor più seriamente e drasticamente, l’intero versante dei consumi. Altrimenti anche le positività (ancora solo potenziali) legate ad alcuni accordi internazionali o allo sviluppo di qualche (limitata) fonte interna non possono che produrre effetti modesti, incapaci d’invertire una tendenza in cui non si intravvede alcun possibile miglioramento strutturale. Rischiano invece di diffondere un pericoloso senso di sicurezza sul futuro che, a un esame appena più attento, non ha alcuna ragione d’essere.
Massimo Vallotto
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Sì.Energia tutti in rete
Finanziato con contributo della regione Veneto, con legge regionale 4 Aprile 2003, n. 8, "Disciplina dei distretti produttivi ed interventi di politica industriale locale" e successive modificazioni e integrazioni. Bando di approvazione ed assegnazione contributi DGR n. 1965 del 15.07.2008. graduatoria Misura F. DDSE 291 del 10.12.2008.